Pale blue dot – by Carl Sagan (Wikipedia)

La Pale Blue Dot (in italiano pallido puntino azzurro) è una fotografia del pianeta Terra scattata nel 1990 dalla sonda Voyager 1, quando si trovava a sei miliardi di chilometri di distanza.

L’idea di girare la fotocamera della sonda e scattare una foto della Terra dai confini del sistema solare è stata dell’astronomo e divulgatore scientifico Carl Sagan.

In seguito il nome della fotografia è stato usato da Sagan anche per il suo libro del 1994 Pale Blue Dot: A Vision of the Human Future in Space.

«Da questo distante punto di osservazione, la Terra può non sembrare di particolare interesse. Ma per noi, è diverso. Guardate ancora quel puntino. È qui. È casa. È noi. Su di esso, tutti coloro che amate, tutti coloro che conoscete, tutti coloro di cui avete mai sentito parlare, ogni essere umano che sia mai esistito, hanno vissuto la propria vita. L’insieme delle nostre gioie e dolori, migliaia di religioni, ideologie e dottrine economiche, così sicure di sé, ogni cacciatore e raccoglitore, ogni eroe e codardo, ogni creatore e distruttore di civiltà, ogni re e plebeo, ogni giovane coppia innamorata, ogni madre e padre, figlio speranzoso, inventore ed esploratore, ogni predicatore di moralità, ogni politico corrotto, ogni “superstar”, ogni “comandante supremo”, ogni santo e peccatore nella storia della nostra specie è vissuto lì, su un minuscolo granello di polvere sospeso in un raggio di sole. La Terra è un piccolissimo palco in una vasta arena cosmica.

Pensate ai fiumi di sangue versati da tutti quei generali e imperatori affinché, nella gloria e nel trionfo, potessero diventare per un momento padroni di una frazione di un puntino. Pensate alle crudeltà senza fine inflitte dagli abitanti di un angolo di questo pixel agli abitanti scarsamente distinguibili di qualche altro angolo, quanto frequenti le incomprensioni, quanto smaniosi di uccidersi a vicenda, quanto fervente il loro odio. Le nostre ostentazioni, la nostra immaginaria autostima, l’illusione che noi abbiamo una qualche posizione privilegiata nell’Universo, sono messe in discussione da questo punto di luce pallida. Il nostro pianeta è un granellino solitario nel grande, avvolgente buio cosmico. Nella nostra oscurità, in tutta questa vastità, non c’è alcuna indicazione che possa giungere aiuto da qualche altra parte per salvarci da noi stessi.

La Terra è l’unico mondo conosciuto che possa ospitare la vita. Non c’è altro posto, per lo meno nel futuro prossimo, dove la nostra specie possa migrare. Visitare, sì. Colonizzare, non ancora.
Che ci piaccia o meno, per il momento la Terra è dove ci giochiamo le nostre carte. È stato detto che l’astronomia è un’esperienza di umiltà e che forma il carattere. Non c’è forse migliore dimostrazione della follia delle vanità umane che questa distante immagine del nostro minuscolo mondo. Per me, sottolinea la nostra responsabilità di occuparci più gentilmente l’uno dell’altro, e di preservare e proteggere il pallido punto blu, l’unica casa che abbiamo mai conosciuto.»

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Grimsby – Attenti a quell’altro

Regia di Louis Leterrier

Con: Sacha Baron Cohen, Mark Strong, Isla Fisher, Rebel Wilson, Gabourey Sidibe, Penelope Cruz

Sinossi

Seguite, se riuscite, le frenetiche dis-avventure tecno-comiche dell’ennesima strana coppia di fratelli britannici, l’uno sofisticata superspia, l’altro organizzatissimo perdente. Quando la posta in gioco è la salvezza del Mondo e la finale dei Mondiali di calcio, non basta uno solo dei due Fratelli Butcher di Grimsby, solo se la squadra è completa si potrà riuscire a demolire qualunque residuo di dignità di genere (cinematografico).

Recensione

Non prendete Grimsby sul serio, non riuscireste a capirlo, davvero.

Anche se il regista, il cast, gli stunts e i coreografi (sic) lo hanno realizzato con estrema cura e professionalità, il modo migliore per godersi l’ultimo (letteralmente) pirotecnico lavoro di e con Sacha Baron Cohen (SBC nel seguito), è prenderlo così come viene, che è poi non a caso la filosofia di vita del protagonista.

Ecco quindi il nostro Nobby (SBC), ingegnoso e fiero cittadino, anzi “figlio di”, Grimsby, un sobborgo inglese di non si sa dove, molto cokney e molto degradato e gemellato con Chernobyl (…), vanta nove figli, moglie XXL e mille trucchi per campare una vita in cui calcio e sbronze collettive sono carburante per attraversare lo squallore quotidiano. Alla pecoreccia perfezione della sua vita da perdente manca solo l’amato fratello, perso di vista da ormai quasi trent’anni, celebrato nel ricordo immobile della loro cameretta da ragazzi.

Nella squadra dei vincenti gioca invece Sebastian (Sebo), il fratello perduto: superspia, cattivissimo e addestratissimo, nuota con eleganza in un mondo dove tutto è veloce,frenetico, tecnologico, e in cui la mission impossibile è regolarmente e brutalmente celebrata.

Insomma due fratelli, due mondi che più diversi non si potrebbe, quasi quasi due film al prezzo di uno: da un lato l’action movie patinato à la Ethan Hunt, dall’altro la farsa ‘cockney-borgatara’della più bell’acqua. Due storie destinate a collidere, disastrosamente, freneticamente e sempre più grottescamente.

Narrativamente il film non esiste, il plot è ridotto al minimo sindacale, quando va bene è totalmente prevedibile, quando va male affonda nel silenzio.

Ma la storia è ovviamente solo il filo conduttore per una serie di gag sempre più pecorecce e paradossali, mentre intorno l’action movie continua a svolgersi, fedele a se stesso, è quasi il fondale d’ambientazione, il palcoscenico per  l’esilarante talento totalizzante di SBC.

Il tutto funziona solo grazie a lui, che con disinvoltura da trapezista, in ogni singola scena fa a pezzettini la sua dignità umana, per poi rialzarsi fischiettando e risolvere la situazione, a modo suo s’intende, caciarone ma imperterrito, dissacrando tutto e tutti, pur di compiere la sua mission: salvare il mondo? No, rimanere incollato all’amato, perduto e ritrovato fratellino.

E  così, quasi con sadismo, Nobby (SBC) demolisce tutti i luoghi retorici del racconto e del linguaggio cinematografico: patriottismo e solidarietà operaia, amore e famiglia, da una parte; esotismo da spy story, scena madre di seduzione e flash back d’infanzia dall’altro. Nienete resiste, restano tutti lì, frantumati zampe all’aria, ribaltati sul carapace, e lui contempla, sogghigna per un attimo e va oltre.

Questo incredibile, picaresco e guignolesco feuilleton, rimane senza paragoni, sui generis: ritorna magari un po’ il fascino dissacrante di Belmondo in Come si distrugge la reputazione del più grande agente segreto del mondo (del 1973!), ma lì il gioco era più facile, lezioso, il grottesco era un tessuto organizzato. Qui no, qui c’è un allegro e scientifico sbrago continuo.

Non si può – ovviamente prendere sul serio un film così, che funziona – e molto, soprattutto la seconda parte – proprio perché è invece manifattura cinematografica impeccabile – e originale.

Difficile anche trovargli difetti, anche perché è letteralmente inqualificabile, senza paragoni: SBC ritaglia dal vero e crea la sua nuova fenomenologia del perdente Nobby e ce la butta addosso, punto. Il resto è, appunto, utile e perfezionata coreografia. Unico neo, volendo, la voce di doppiaggio di Nobby, che sembra un po’ distante dal suo personaggio, creando un certo disagio.

Per il resto questo film o lo si gusta senz’alcun rispetto (per se stessi), o lo si disprezza ferocemente . noi lo abbiamo gustato, e molto.

Da vedere con abbigliamento e animo rilassati, e inclini all’oblio di sé.

Voto 7,5

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Adrenalina pura, magnificamente gestita…

Regia di Dani de la Torre

Con Luis Tosar, Javier Gutiérrez, Goya Toledo

Sinossi

Una mattina come le altre, una bella e ricca famiglia, un direttore di banca brillante con molti scheletri nell’armadio, che imprevedibilmente accompagna i figli a scuola. Poi una telefonata, una minaccia spietata: c’è una bomba sotto i sedili, impossibile scendere dalla macchina, impossibile fermarsi, impossibile chiedere aiuto. E un giorno qualunque di una qualunque vita ordinata e molto cinica, diventa lo scenario di una frenetica corsa verso il nulla, senza sosta e senza salvezza.

Recensione (per Quarto Potere [1])

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È decisamente un bel film, molto ricco e leggibile (dopo, a mente fredda) su diversi piani narrativi e psicologici. Ma è anche e prima di tutto una continua scarica di adrenalina, in un crescendo di tensione costruita con diabolico equilibrio e misura dalla sceneggiatura e dalla regia.

Fin dalle prime scene raggiunge livelli sempre più acuti di angoscia e di tensione, strato dopo strato ma inesorabilmente.

Noi siamo in quella macchina, noi non possiamo alzarci dai sedili (neppure da quelli della sala di proiezione, ovviamente), noi non abbiamo idea di come andrà a finire. E scusate se è poco.

Si comincia dai primi, casuali segni premonitori (Hai lasciato aperta tu la macchina? Questo cellulare è della mamma? Qui dentro c’è un odore schifoso…), poi la prima telefonata, il ricatto e la minaccia, il dubbio che rimbalza tra padre e figlia, la conferma incerta che sì, a tastoni sembra proprio che ci sia qualcosa sotto i sedili, e poi la sensazione immediata di totale impotenza, e al telefono il ricattatore che continua implacabile a ripetere le sue richieste, a tratti lucido e freddo, a tratti travolto lui stesso dalla tensione.

Mentre saltano tutte le remore morali ed emerge il cinismo familiare nei rapporti che sembrano ormai definitivamente disumanizzati, la corsa in macchina si trasforma in un gioco al massacro, che sembra senza più scopo: non ci si può fermare, non ci si può muovere dai sedili, non c’è nessun posto in cui nascondersi, fuggire, salvarsi.

Onnipotente, l’altro, al telefono, vede e sente tutto, e ad ogni salto di tensione Carlos si trova sempre di più con le spalle al muro, mentre intorno tutto frana, la sua dorata e cinica normalità, la sua vita, le sue aspettative. Implacabilmente, ogni spiraglio, ogni momentaneo allentamento della tensione sarà solo illusione. Quando ‘finalmente’ Carlos viene prima braccato e poi bloccato dalla polizia,  e sembra esserci per un attimo ‘fuori dall’auto’ qualcuno che forse può capire, e aiutare… improvvisamente la situazione si rovescia imprevedibilmente e il gioco ricomincia, la tensione torna alle stelle.

Nel precipitare degli eventi, coinvolti in un gioco che è diventato più persecutorio che ricattatorio, le stesse vicende umane di Carlos e del suo ricattatore Lucas un po’ sbiadiscono, rimangono necessariamente sullo sfondo, quasi soltanto funzionali ad alimentare la tensione, così come i personaggi secondari, il loro parlare ed il loro agire, restano comunque distanti, fuori da quella macchina: e questo isolamento aggiunge ulteriore tensione, predispone equivoci, apre altre possibili opzioni ma tutte minacciose.

Solo loro due contano, la vittima e il carnefice, legati dall’inizio alla fine dal telefono, solo loro due sanno davvero quel che sta succedendo e quel che deve succedere, e, alla fine, saranno proprio e soltanto loro a giocarsi l’ultima partita. Il mondo resta fuori, senza capire.

Tecnicamente il film è veramente ben fatto, ben costruito su questo montante di tensione che tutto il resto della storia alimenta molto efficacemente, compreso il tema – più strumentale alla vicenda che realmente sviluppato – delle frodi bancarie che sono all’origine del dramma.

A partire da una sceneggiatura quasi sempre perfetta e dalla  scelta di una fotografia tutta grigio-verde-nera (mancano totalmente i toni ‘vivi’: i rossi, i gialli, i blu), passando per dialoghi serratissimi e senza sbavature e inquadrature nervose e sincopate, per arrivare ad una recitazione assolutamente credibile (almeno per Carlos – Luis Tosar), tutto fa di questo film una macchina (sic) emozionale travolgente, davvero efficace.

Insomma un road movie frenetico, dagli ingranaggi narrativi quasi perfetti, che rimane tale anche se la totale concentrazione sul  duo Carlos-Luis finisce per lasciare ‘sfocato’ tutto il resto.  E un po’ sottotono è anche il Luis ‘di persona’ (il cattivo), finalmente visibile, sembra quasi amichevole, un po’ naif.

Le sue motivazioni restano contraddittorie e perciò poco credibili (animato da una comprensibile, esasperata sete di vendetta, o avido e abile nel dribblare le difese di Carlos e nel pilotare sui suoi conti alle Cayman i soldi estorti ai clienti di Carlos?) . Al telefono invece il suo personaggio è perfetto, alterna lucidità a isteria, mettendo la sua vittima continuamente con le spalle al muro, non gli lascia un filo d’aria.

Al di là di queste marginali smagliature, Desconocido resta un film originale e molto, molto coinvolgente, credibile al 95% nei meccanismi psicologici e nel dipanarsi dell’azione, tecnicamente impeccabile. E il bello è che è un’opera prima.

Da vedere assolutamente, salvo cardiopatie o ipertensione conclamata.

Voto 8,5

[1] http://quartopotere.com/recensioni-film/al-cinema/ave-cesare

 

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Ave Cohen… e speriamo che il prossimo sia migliore

Ave Cesare

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Regia e sceneggiatura di Joel ed Ethan Cohen

Con Josh Brolin, George Clooney, Ralph Fiennes, Scarlett Johansson

Sinossi

Una giornata particolare nella vita di Eddie Mannix, geniale e versatile manager dei Capitol Studios di Hollywood, alle prese con isterie e trasgressioni delle star, sullo sfondo dorato della Mecca del Cinema, dove non tutto (per la verità quasi niente …) quel che luccica è oro, compreso questo stesso film.

Recensione (per Quarto Potere[1])

Un film noioso che finge di essere un film serio che finge di essere un film  comico”: potrebbe essere proprio questa la miglior sintesi degli interminabili 106 minuti di occasioni mancate de “Ave Cesare”, a cui il cast “stellare” (sic) non riesce a restituire alcuna dignità, per difetto congenito di sceneggiatura (ovviamente dei Fratelli Cohen).

E proprio il confronto con il degnissimo Victor Victoria, di Blake Edwards (1982), da cui la battuta [2] , aiuta a mettere a fuoco quel che manca a questo pur ricchissimo film: ritmo, signori miei, ritmo, se volete far ridere, dove azzeccare il ritmo. E qui tutto c’è tranne il ritmo, eppure le occasioni (regolarmente mancate) abbondano. Andatevi a rivedere Helzapoppin’ (1941!!), oppure immaginate qualcosa del genere per le mani del miglior Woody Allen (no, lasciate perdere, c’è già Broadway Danny Rose).

Il protagonista dell’arrancante vicenda è Eddie Mannix: efficientissimo manager dei Capitol Studios. Eddie è un “fixer”, un “aggiusta rogne” spregiudicato e al tempo stesso  integerrimo e familista. La sua parlantina e la prontezza nel prevedere e ‘aggiustare’ le rogne è quotidianamente messa alla prova dalle continue trasgressioni e isterie delle star. Abilissimo e spregiudicato, arrangia gravidanze indesiderate e divi alcolizzati, persino complotti di sceneggiatori comunisti, con tanto di rapimento della star. E lui, il nostro Eddie, è sempre lì, sul pezzo, reattivo e creativo come nessun altro nel ricucire i continui strappi alla rispettabile e vulnerabile facciata del mondo dorato degli Studios, da salvaguardare ad ogni costo.

Teoricamente un plot ricco di spunti…comici? moralistici? Non si sa, ma nel dubbio i Cohen oscillano vistosamente tra i due poli, e il film si trascina penosamente verso l’agognata  conclusione, orribilmente sprecando anche i talentuosi (malcapitati) attori sfoderati, nonché i migliori spunti comici (e qualcosa di salvabile ci sarebbe stato, come la montatrice tabagista semi strangolata dal foulard agganciato dalla moviola…)

Né d’altra parte risultano credibili certi aspetti moraleggianti del protagonista, che sì, sembra l’unico sano di mente in un mondo di pazzi, ma ostenta un’imperturbabile rigidità puritana che proprio non dialoga con il resto. Siamo agli stereotipi, al saccheggio di un immaginario collettivo (Hollywood, la fabbrica dei sogni … di cartapesta) che tra l’altro è stato già abbondantemente (e meglio) utilizzato per dire qualcosa di più intellegibile sulla Macchina dei Sogni.

Allora ricapitoliamo: non è un film comico, perché non fa per niente ridere (vedi sopra alla voce: ritmo). Non è un film serio, critico sulle Pecche della Mecca (del cinema) perché al tempo stesso tutto quanto viene banalizzato, quasi svilito (vedi alla voce: complotto vetero-comunista degli sceneggiatori-rapitori …  vuoi vedere che il Senatore Joseph Mc Carthy aveva poi ragione a dar la caccia alle Streghe Comuniste…). Non è un film di recitazione, perché i personaggi alla fine vengon fuori piatti, unidimensionali, quasi disegnati alla Peppa Pig, alla Spongie Bob insomma. Quasi un film per bambini, alla fin fine, nel peggior senso del termine.

E allora? Relativamente gradito alla critica USA, ma comprensibilmente stroncato da quel pubblico (nonché più modestamente dal sottoscritto), Ave Cesare vuole forse essere un maldestro, costosissimo (ed egocentrico: sprecare così tutto quel ben di Dio di scenografie, costumi, talentuose star…) tributo d’affetto dei Fratelli Cohen al Cinema con C maiuscola (e con i panni sporchi).

Da non vedere: dite che vi siete beccati l’influenza, il gatto c’ha la crisi esistenziale, vostra suocera vi ha lasciato, insomma fate (inventate) voi, ma se vi cercano, rimanete a casa. A qualunque costo.

Ave Cohen, morituri vos salutant … e speriamo che il prossimo sia migliore.

Voto 5,5

[1] http://quartopotere.com/recensioni-film/al-cinema/ave-cesare

[2]Una donna che finge di essere un uomo che finge di essere una donna?…non ci crederanno mai !

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La Scuola dei Fantasmi

Impariamo troppo dai nostri fantasmi, dagli spettri e dalle ombre del nostro passato profondo, quello che affonda radici inestirpabili nella nostra maledetta infanzia: traumi, violenze, abusi, abbandoni, tradimenti, l’incomprensione profonda degli altri, quelli importanti, che ci ha negato esistenza e gioia quando non potevamo difenderci se non isolandoci.

Cresciamo imparando da loro, rileggendo ogni singola esperienza, troppo spesso inconsapevolmente, alla luce verdastra e malcerta della loro esistenza. Esistono e vivono dentro di noi quando siamo ormai adulti, ricordi nascosti che indossano maschere innocue, personaggi e situazioni che ci diciamo perfettamente in grado di razionalizzare e minimizzare, di gestire, di emarginare e nascondere dalla nostra vita di adulti.

Pensiamo, o fingiamo di pensare, che siano irrilevanti, trascurabili, superati, ma in realtà non li abbiamo mai veramente affrontati, non ci siamo mai lasciati sorprendere soli nel deserto, davanti a loro. Perché abbiamo riempito la nostra vita di rumori e confusione, di personaggi e oggetti, di cose da fare e scelte affrettate, di scadenze e incombenze importantissime che un attimo dopo ci lasciavano dentro un sapore di inutilità, di irrilevanza che era la spia di come, ancora una volta, avessimo scelto di fare per non pensare, sentire le ombre che si agitano dentro.

Impariamo e continuiamo ad imparare da queste vaghe sensazioni che non sappiamo tradurre, che non sembrano avere cittadinanza nella nostra realtà quotidiana: perché parlano un linguaggio diverso, arcaico, primordiale. E viviamo come uomini e donne non più bambini, cercando di ignorarli: cerchiamo efficacia ed efficienza, cerchiamo di essere i più bravi, i più furbi, quelli ammirati e considerati, e di nuovo riempiamo la nostra vita di ciarpame mentale e le nostre case di oggetti ammiccanti e golosi, rinunciando a cercare un senso della nostra esistenza. La paura di non saperlo trovare ci annichilisce, occorre distrarci, occupare la mente e le nostre giornate, che così restano caotica questa e frenetiche quelle.

La nostra scuola è questa dei fantasmi, spesso ci affezioniamo a loro, perché ci accompagnano per tutta la vita, sembrano l’unica costante che ci rassicura, nel momento stesso in cui ci destabilizzano. Invadenti e incombenti finiscono pian piano, perversamente, per non lasciare spazio ad altro, agli altri (con i loro fantasmi!).

Occorrerebbe coraggio, il coraggio di guardarli in faccia e capire, e perdonare se stessi, arrivare a toccare quasi maternamente le ferite che portiamo dentro e non lo sappiamo. Poterci dire non è stata colpa tua, poterci abbracciare sussurrando non è niente, passerà. Diventare adulti e capire che il senso, se c’è, della nostra esistenza e dei nostri sforzi può essere soltanto quello di coltivare le nostre relazioni, di essere disponibili a rischiare il fallimento, la delusione, l’incomprensione. A dispetto del fardello che già portiamo dentro da tempi lontani, a sfida dei nostri fantasmi.

A volte pensiamo che i nostri spettri siano altro da noi, personaggi interiori veri e propri, con una loro esistenza ed esperienza, dialoghiamo con loro: in fondo sono versioni precedenti, inesperte, ingenue e perciò molto più fragili e vulnerabili di noi stessi adulti (adulti?).

Tutto ciò che ci emoziona e ci coinvolge emotivamente, profondamente: un amore, una passione, un figlio, un’avventura, richiama dal letargo i fantasmi, che parlano dentro di noi e giudicano al posto nostro e ci fanno arrabbiare per partito preso, o scappare dalle scelte.

Non possiamo eliminarli, non possiamo ucciderli, amputarci delle esperienze negative, del dolore vissuto. Possiamo solo arrivare a guardarli, riconoscerli per quello che sono, fermarli e imbrigliare la loro forza. E forse insegnare – noi a loro –  che se c’è un rischio c’è una speranza, sono queste le regole, semplici e inevitabili, del nostro vivere: non puoi rifiutare la paura perché rifiuteresti la scoperta, non puoi rifiutare il dolore perché rifiuteresti la gioia. Non lo puoi sapere prima, perché ogni giorno porta doni dolci e amari.

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Steve Mc Curry – Oltre lo sguardo

Steve Mc Curry, fotografo nel mondo, niente di più e niente di meno.

I suoi scatti in mostra ci aspettano nella penombra del Teatro N°1 di Cinecittà, sospesi conINDIA-10004 discrezione tra le velature nere che scendono dall’invisibile soffitto, creando un dedalo di minuscole stanze semi-trasparenti, permeabili ai visitatori ed agli sguardi ammiccanti d’altri volti ed altre storie circostanti.

Ci piace pensare McCurry come un amorevole, implacabile cacciatore di realtà, capace di una tecnica perfetta e insieme di una tenace ricerca dell’attimo e del gesto. Dietro ogni foto, ogni viso ed ogni paesaggio possiamo così immaginare storie di vita quotidiana e tragedie epocali, dolori e gioie così lontane da noi eppure così vicine.

imagesCA36OLODLe sue immagini si collocano in uno spazio a se stante, un raro equilibrio tra lucidità dello sguardo e umana partecipazione: questi uomini e queste donne emergono da realtà così diverse dalle nostre monotone giornate, eppure sono così simili a noi che possiamo immaginare o desiderare di capirli, di andare oltre la seduzione dei colori e delle luci, degli equilibri formali con cui il fotografo li incornicia (così perfetti , eppure così discreti): Oltre lo sguardo, appunto.

C’è nelle sue foto un’incredibile teatralità delle ambientazioni, degli sguardi e dei movimenti: ogni scatto è chissà quale storia, chissà cosa è successo prima e cosa succederà dopo, a quell’uomo, a quella donna, ogni foto è la promessa di un racconto00242_11, Bamiyan, Afghanistan 2006 che non c’è, che possiamo e dobbiamo immaginare.

Mc Curry coniuga, nei suoi reportage dall’India, da Ceylon, da Myanmar, la capacità di mostrare fedelmente il contesto geografico, sociale, quasi rappresentandolo per antonomasia, attraverso elementi evocativi riconoscibili, ma mai banali; e insieme con folgorante prontezza cogliere lo sguardo, proporre il paradosso, la incredibile distanza tra noi e loro.

Young monks study Buddhist scripture at a monastery in Lithang, Tibet, 1999.Trasforma i ‘suoi’ paesaggi ed i ‘suoi’ luoghi in uno spazio teatrale, i quotidiani gesti in istanti simbolici, gli incontri casuali per le vie del mondo in personaggi unici irripetibili, invariabilmente suoi complici, allusivi custodi di un segreto che non ci è dato condividere ma solo sospettare e inseguire di scatto in scatto .

Il senso del colore è sorprendente, la composizione curatissima sembra quasi voler nascondere il classicismo delle sue proporzioni dietro l’originalità del taglio, anche qui lavorando per contrasto, quasi a dire “viINDIA-11552, 20080226_jaipur_0010-137, Jaipur, India, Rajasthan racconto cose sorprendenti e poetiche, in una parola irripetibili, e vi sorprenderà come l’umanità dei miei incontri saprà saltar fuori da queste gabbie di curve e geometrie che sono le mie foto”.

I visi, gli sguardi, i gesti immobili così come i colori (sempre pastosamente saturi) e gli sfondi, i paesaggi cambiano, ma il messaggio che rimanda da un’immagine all’altra, è sempre lo stesso, tenacemente ripetuto come un mantra della vita e del mondo, il racconto d’una umanità così bella perché così diversa da noi, ma così uguale a noi.   

Asolutamente da vedere

Link e altri riferimenti

http://stevemccurry.com/

http://it.wikipedia.org/wiki/Steve_McCurry

https://www.facebook.com/stevemccurrystudios

https://stevemccurry.wordpress.com/

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Stay hungry, stay foolish (Steve Jobs dixit)

This is a prepared text of the Commencement address delivered by Steve Jobs, CEO of Apple Computer and of Pixar Animation Studios, on June 12, 2005.

steve-jobs-225x300I am honored to be with you today at your commencement from one of the finest universities in the world. I never graduated from college. Truth be told, this is the closest I’ve ever gotten to a college graduation. Today I want to tell you three stories from my life. That’s it. No big deal. Just three stories.

The first story is about connecting the dots.

I dropped out of Reed College after the first 6 months, but then stayed around as a drop-in for another 18 months or so before I really quit. So why did I drop out?

It started before I was born. My biological mother was a young, unwed college graduate student, and she decided to put me up for adoption. She felt very strongly that I should be adopted by college graduates, so everything was all set for me to be adopted at birth by a lawyer and his wife. Except that when I popped out they decided at the last minute that they really wanted a girl. So my parents, who were on a waiting list, got a call in the middle of the night asking: “We have an unexpected baby boy; do you want him?” They said: “Of course.” My biological mother later found out that my mother had never graduated from college and that my father had never graduated from high school. She refused to sign the final adoption papers. She only relented a few months later when my parents promised that I would someday go to college.

And 17 years later I did go to college. But I naively chose a college that was almost as expensive as Stanford, and all of my working-class parents’ savings were being spent on my college tuition. After six months, I couldn’t see the value in it. I had no idea what I wanted to do with my life and no idea how college was going to help me figure it out. And here I was spending all of the money my parents had saved their entire life. So I decided to drop out and trust that it would all work out OK. It was pretty scary at the time, but looking back it was one of the best decisions I ever made. The minute I dropped out I could stop taking the required classes that didn’t interest me, and begin dropping in on the ones that looked interesting.

It wasn’t all romantic. I didn’t have a dorm room, so I slept on the floor in friends’ rooms, I returned coke bottles for the 5¢ deposits to buy food with, and I would walk the 7 miles across town every Sunday night to get one good meal a week at the Hare Krishna temple. I loved it. And much of what I stumbled into by following my curiosity and intuition turned out to be priceless later on. Let me give you one example:

Reed College at that time offered perhaps the best calligraphy instruction in the country. Throughout the campus every poster, every label on every drawer, was beautifully hand calligraphed. Because I had dropped out and didn’t have to take the normal classes, I decided to take a calligraphy class to learn how to do this. I learned about serif and san serif typefaces, about varying the amount of space between different letter combinations, about what makes great typography great. It was beautiful, historical, artistically subtle in a way that science can’t capture, and I found it fascinating.

None of this had even a hope of any practical application in my life. But ten years later, when we were designing the first Macintosh computer, it all came back to me. And we designed it all into the Mac. It was the first computer with beautiful typography. If I had never dropped in on that single course in college, the Mac would have never had multiple typefaces or proportionally spaced fonts. And since Windows just copied the Mac, it’s likely that no personal computer would have them. If I had never dropped out, I would have never dropped in on this calligraphy class, and personal computers might not have the wonderful typography that they do. Of course it was impossible to connect the dots looking forward when I was in college. But it was very, very clear looking backwards ten years later.

Again, you can’t connect the dots looking forward; you can only connect them looking backwards. So you have to trust that the dots will somehow connect in your future. You have to trust in something — your gut, destiny, life, karma, whatever. This approach has never let me down, and it has made all the difference in my life.

My second story is about love and loss.

I was lucky — I found what I loved to do early in life. Woz and I started Apple in my parents garage when I was 20. We worked hard, and in 10 years Apple had grown from just the two of us in a garage into a $2 billion company with over 4000 employees. We had just released our finest creation — the Macintosh — a year earlier, and I had just turned 30. And then I got fired. How can you get fired from a company you started? Well, as Apple grew we hired someone who I thought was very talented to run the company with me, and for the first year or so things went well. But then our visions of the future began to diverge and eventually we had a falling out. When we did, our Board of Directors sided with him. So at 30 I was out. And very publicly out. What had been the focus of my entire adult life was gone, and it was devastating.

I really didn’t know what to do for a few months. I felt that I had let the previous generation of entrepreneurs down – that I had dropped the baton as it was being passed to me. I met with David Packard and Bob Noyce and tried to apologize for screwing up so badly. I was a very public failure, and I even thought about running away from the valley. But something slowly began to dawn on me — I still loved what I did. The turn of events at Apple had not changed that one bit. I had been rejected, but I was still in love. And so I decided to start over.

I didn’t see it then, but it turned out that getting fired from Apple was the best thing that could have ever happened to me. The heaviness of being successful was replaced by the lightness of being a beginner again, less sure about everything. It freed me to enter one of the most creative periods of my life.

During the next five years, I started a company named NeXT, another company named Pixar, and fell in love with an amazing woman who would become my wife. Pixar went on to create the worlds first computer animated feature film, Toy Story, and is now the most successful animation studio in the world. In a remarkable turn of events, Apple bought NeXT, I returned to Apple, and the technology we developed at NeXT is at the heart of Apple’s current renaissance. And Laurene and I have a wonderful family together.

I’m pretty sure none of this would have happened if I hadn’t been fired from Apple. It was awful tasting medicine, but I guess the patient needed it. Sometimes life hits you in the head with a brick. Don’t lose faith. I’m convinced that the only thing that kept me going was that I loved what I did. You’ve got to find what you love. And that is as true for your work as it is for your lovers. Your work is going to fill a large part of your life, and the only way to be truly satisfied is to do what you believe is great work. And the only way to do great work is to love what you do. If you haven’t found it yet, keep looking. Don’t settle. As with all matters of the heart, you’ll know when you find it. And, like any great relationship, it just gets better and better as the years roll on. So keep looking until you find it. Don’t settle.

My third story is about death.

When I was 17, I read a quote that went something like: “If you live each day as if it was your last, someday you’ll most certainly be right.” It made an impression on me, and since then, for the past 33 years, I have looked in the mirror every morning and asked myself: “If today were the last day of my life, would I want to do what I am about to do today?” And whenever the answer has been “No” for too many days in a row, I know I need to change something.

Remembering that I’ll be dead soon is the most important tool I’ve ever encountered to help me make the big choices in life. Because almost everything — all external expectations, all pride, all fear of embarrassment or failure – these things just fall away in the face of death, leaving only what is truly important. Remembering that you are going to die is the best way I know to avoid the trap of thinking you have something to lose. You are already naked. There is no reason not to follow your heart.

About a year ago I was diagnosed with cancer. I had a scan at 7:30 in the morning, and it clearly showed a tumor on my pancreas. I didn’t even know what a pancreas was. The doctors told me this was almost certainly a type of cancer that is incurable, and that I should expect to live no longer than three to six months. My doctor advised me to go home and get my affairs in order, which is doctor’s code for prepare to die. It means to try to tell your kids everything you thought you’d have the next 10 years to tell them in just a few months. It means to make sure everything is buttoned up so that it will be as easy as possible for your family. It means to say your goodbyes.

I lived with that diagnosis all day. Later that evening I had a biopsy, where they stuck an endoscope down my throat, through my stomach and into my intestines, put a needle into my pancreas and got a few cells from the tumor. I was sedated, but my wife, who was there, told me that when they viewed the cells under a microscope the doctors started crying because it turned out to be a very rare form of pancreatic cancer that is curable with surgery. I had the surgery and I’m fine now.

This was the closest I’ve been to facing death, and I hope it’s the closest I get for a few more decades. Having lived through it, I can now say this to you with a bit more certainty than when death was a useful but purely intellectual concept:

No one wants to die. Even people who want to go to heaven don’t want to die to get there. And yet death is the destination we all share. No one has ever escaped it. And that is as it should be, because Death is very likely the single best invention of Life. It is Life’s change agent. It clears out the old to make way for the new. Right now the new is you, but someday not too long from now, you will gradually become the old and be cleared away. Sorry to be so dramatic, but it is quite true.

Your time is limited, so don’t waste it living someone else’s life. Don’t be trapped by dogma — which is living with the results of other people’s thinking. Don’t let the noise of others’ opinions drown out your own inner voice. And most important, have the courage to follow your heart and intuition. They somehow already know what you truly want to become. Everything else is secondary.

When I was young, there was an amazing publication called The Whole Earth Catalog, which was one of the bibles of my generation. It was created by a fellow named Stewart Brand not far from here in Menlo Park, and he brought it to life with his poetic touch. This was in the late 1960’s, before personal computers and desktop publishing, so it was all made with typewriters, scissors, and polaroid cameras. It was sort of like Google in paperback form, 35 years before Google came along: it was idealistic, and overflowing with neat tools and great notions.

Stewart and his team put out several issues of The Whole Earth Catalog, and then when it had run its course, they put out a final issue. It was the mid-1970s, and I was your age. On the back cover of their final issue was a photograph of an early morning country road, the kind you might find yourself hitchhiking on if you were so adventurous. Beneath it were the words: “Stay Hungry. Stay Foolish.” It was their farewell message as they signed off. Stay Hungry. Stay Foolish. And I have always wished that for myself. And now, as you graduate to begin anew, I wish that for you.

Stay Hungry. Stay Foolish.

Thank you all very much.

Whole Earth Catalogue - Back Cover

http://news.stanford.edu/news/2005/june15/jobs-061505.html

Whole Earth Catalogue – PDF available on sale

 

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